Chi voglia avere uno sguardo complessivo sul panorama letterario e editoriale del Novecento italiano, può ricorrere alla lettura della Collezione bibliografica letteratura e cultura italiana del Novecento – Bortone Bertagnolli conservata ad Apice.
In questa collezione, con l’acribia del collezionista ma anche dello studioso di storia della letteratura, Alessandro Bortone (1933-2014) – direttore, per oltre vent’anni, della Biblioteca comunale di Como – ha raccolto e ricostruito, con sistematica e colta pazienza, le produzioni editoriali del maggior numero possibile di autori italiani del secolo scorso, attraverso un percorso tra prosa e poesia, dove i nomi noti delle maggiori correnti letterarie si intrecciano ad autori e scrittori meno noti e a nomi che solo il passare del tempo e dei gusti letterari ha fatto transitare dalla notorietà alla “marginalità”.
In questa collezione di oltre 7000 volumi Bortone ha allineato con un ordine alfabetico per autore (anche nella disposizione fisica dei volumi) migliaia di nomi. Di ognuno di essi ha raccolto tutte le edizioni possibili, spesso anche prime edizioni o rare, non soltanto in volume ma andando a ricercare la loro fortuna (e spesso i loro esordi) anche in pubblicazioni periodiche di cui nella collezione sono conservati numeri di oltre 120 riviste.
L’interesse dello studioso di storia letteraria è tangibile inoltre nella documentazione collegata ai singoli autori – fatta di ritagli di articoli di critica, estratti di saggi, appunti e riflessioni personali manoscritte dello stesso collezionista – e anche nelle raccolte di antologie, dizionari letterari, opere collettanee: tutte risorse preziose per la ricostruzione non soltanto della storia e della produzione editoriale ma anche delle reti di relazioni tra circoli letterari, gruppi intellettuali, movimenti culturali. Da non sottovalutare la possibile ricostruzione delle produzioni di case editrici nel frattempo scomparse.
La Collezione è accessibile attraverso due canali: l’inventario del Fondo dove è possibile vedere i materiali ordinati in ordine alfabetico per autore (cosa che consente di rendere immediatamente visibili i “pesi” degli autori nel panorama editoriale Novecentesco), e la Collezione speciale nell’Opac d’Ateneo. Tutti i volumi sono inoltre confluiti, e quindi ricercabili, nel Catalogo del Servizio Biliotecario Nazionale (SBN). L’accesso attraverso l’inventario archivistico, inoltre, grazie all’aggiunta del tag “autore donna”, permette una estrazione dei titoli delle sole autrici femminili, altrimenti impossibile in un catalogo bibliografico.
Quelli che seguono sono due “case history” letterari desunti dal fondo che sono stati “costruiti” da Simona Mancini e da Valentina Castoldi, tesiste del corso di laurea in Scienze umanistiche per la comunicazione, rispettivamente su Maria Messina e su Gianna Manzini: due esempi di come la particolarità di questo fondo e la sua singolare “atomica concentrazione” consente la sperimentazione di nuovi approcci critici e di nuove metodologie di ricerca.
Raffaella Gobbo
di Simona Mancini

Il Fondo Bortone può essere un valido punto di partenza per una indagine su Maria Messina (Palermo 1887 – Pistoia 1944), una scrittrice siciliana del tutto ignorata dalla storiografia letteraria anche recente. Scrivere, per una donna, ha significato spesso superare limiti sociali, sfidare pregiudizi e sopportare sguardi di sufficienza per conquistare un riconoscimento in un contesto tradizionalmente dominato dagli uomini. Nel ricco panorama letterario del Novecento, dominato da fermenti culturali e avanguardie, Maria Messina, schiva di carattere ed estranea alle sperimentazioni letterarie, è rimasta una voce appartata e discreta. La sua narrativa, estranea ai grandi affreschi sociali, si concentra su “destini minimi”, piccole cose e vite silenziose per dare dignità letteraria a chi era ai margini.
Un punto essenziale della ricerca su questa scrittrice è rappresentato dal rapporto con Giovanni Verga, di cui Maria Messina fu idealmente allieva e ammiratrice e con cui ebbe un duraturo rapporto epistolare. La sua carriera narrativa cominciò nel 1909 sulle orme del Maestro, ma il suo è un Verismo declinato al femminile, con un rovesciamento di prospettiva che indaga la dimensione psicologica e intima dei personaggi. Le sue protagoniste sono figure emarginate, recluse e rassegnate: creature “vinte” e non eroine romantiche.
La biografia della scrittrice è fondamentale per comprendere la sua opera in cui rende il quadro dettagliato delle dinamiche sociali, delle disparità di genere e delle strutture patriarcali che caratterizzavano la Sicilia e l’Italia del primo Novecento. Cresciuta in un contesto tradizionalista che negava pari opportunità di istruzione alle figlie femmine, Maria Messina sperimentò in prima persona la discriminazione, trovando nella scrittura la propria identità e una via di riscatto sociale.
La sua carriera letteraria conobbe tra il 1909 e il 1928 uno sviluppo intenso, pubblicò con importanti editori e su popolari riviste, per poi cadere nell’oblio negli ultimi anni di vita. Solo nel 1981 Leonardo Sciascia ne riscoprì il valore, promuovendo la riedizione delle sue opere presso la casa editrice Sellerio. È probabile che l’eco prodotta in Sciascia, autore letto e ammirato da Alessandro Bortone, abbia suscitato in lui l’interesse e la volontà di recuperare la memoria di questa scrittrice dimenticata. All’interno del Fondo Bortone sono conservati quattro raccolte di novelle, tre romanzi e un volume di racconti per l’infanzia. Non sembra una composizione casuale, ma una scelta sapiente e consapevole poiché affianca le edizioni originali alle ristampe, a testimoniarne il rilancio dopo l’oblio.

Tra le opere originali: Pettini fini e altre novelle (Sandron, 1909), Le briciole del destino (Fratelli Treves, 1918), che fa parte della collana «Le Spighe», dalla copertina illustrata con un richiamo Liberty da Giulio Cisari, Personcine (Antonio Vallardi, 1920), della collana «Incontro alla vita» che anche nella leziosa copertina richiama l’immagine di “letture amene per giovanette” e i romanzi Alla deriva (1920), La casa nel vicolo (1921) e Un fiore che non fiorì (1923), tutti pubblicati da Treves, dalla copertina disadorna in cartoncino di colore avorio. Le edizioni Sellerio (Piccoli gorghi, 1988 e Gente che passa, 1989) nella loro veste grafica curata, con sovracoperta pregiata e illustrata, testimoniano invece la riscoperta e la nuova luce accesa sulla scrittrice.
Nelle pagine di Maria
Messina prende forma un universo fatto di ambienti soffocanti, paesini angusti, spazi domestici che diventano metafora di oppressione e clausura. La casa rappresenta un mondo senza via d’uscita, che imprigiona e condanna le protagoniste all’immobilità. Ma non si tratta solo di ambientazioni narrative, bensì di riflessi profondi della sua esperienza. La vita dell’autrice fu difficile e solitaria per i continui spostamenti della famiglia a causa del lavoro paterno e segnata dalla sclerosi multipla che la colpì in giovane età, con un progressivo indebolimento fisico che la portò alla paralisi. Finché fu in grado, non interruppe la scrittura: continuò a pubblicare novelle e romanzi, dando voce a figure che, come lei, conoscevano la marginalità, l’isolamento, la reclusione forzata. La sua opera testimonia una forma di resistenza e resilienza discreta, con la forza silenziosa di chi trasforma la sofferenza in narrazione.
Dalle misere contadine e lavandaie dei primi scritti passò a ritrarre la piccola borghesia provinciale, smascherandone ipocrisie, pregiudizi e miseria morale, celate dietro la facciata delle case “perbene”. Maria Messina anticipa tematiche della narrativa psicologica e sociale, condensando atmosfere e stati d’animo in pochi dettagli, alla maniera di Čechov. L’accostamento a scrittrici coeve come Katherine Mansfield, proposto da Sciascia, evidenzia la dimensione europea della sua sensibilità.
Tra i temi centrali e ricorrenti che potrebbero suggerire possibili linee di ricerca o di approfondimento troviamo la malattia e il mutismo, l’adulterio, il possesso dei beni e delle persone, i matrimoni combinati, l’umiliazione legata alla condizione di zitella e la critica alla negazione del lavoro femminile. Emergono inoltre fragilità emotive, disgregazione familiare ed emigrazione, sempre raccontate senza retorica.
Con il suo sguardo e la sua sensibilità, è riuscita a rendere non solo la realtà del suo tempo, ma conflitti interiori e fragilità umane che travalicano l’epoca in cui scriveva. I suoi libri conservano una sorprendente attualità: la sofferenza esistenziale che oggi definiamo depressione, l’incomunicabilità e la possessività in una relazione che può avere risvolti tragici, la disuguaglianza sociale, gli stereotipi di genere, l’accoglienza di una sensibilità “altra”, distante dal modello virile tradizionale, la solidarietà verso quelle donne che, cercando indipendenza attraverso il lavoro, si trovano a fare i conti con ostacoli e pressioni tipiche di una società patriarcale, comprese forme di sfruttamento e molestie.
Spesso la scrittrice rappresenta un universo femminile diviso, con donne nemiche e dominatrici che hanno interiorizzato la logica patriarcale ed emulano gli uomini nell’intransigenza e nelle angherie, diventando dure e oppressive verso le altre, più deboli e sentimentali. Può emergerne una riflessione moderna sulla mancanza di solidarietà tra donne, spesso incapaci di fare fronte comune perché individualiste, calcolatrici e mosse dall’invidia.
In sintesi, i testi di Maria Messina conservati nel Fondo Bortone permettono non solo di ricostruire la sua produzione narrativa e l’evoluzione editoriale, ma sono testimonianze letterarie di aspetti sociali, storici e culturali del Meridione fino agli anni ’30 del XX secolo. La loro valorizzazione diventa un’occasione per riportare alla luce una voce dimenticata insieme a un intero universo di vissuti marginalizzati.
di Valentina Castoldi
Gianna Manzini (Pistoia 1896 – Roma 1974) è una delle figure più rilevanti del panorama letterario italiano del Novecento. La sua formazione intellettuale è profondamente segnata dalla separazione dei suoi genitori, causata dagli ideali anarchici e dalle difficoltà economiche del padre: questa è un’esperienza che influenza in modo duraturo la scrittura di Manzini, che si caratterizza da riflessioni sull’identità, sulla memoria e le relazioni familiari.
Dopo la laurea in lettere a Firenze, Manzini esordisce come autrice di racconti sul quotidiano «La Nazione» e, negli anni successivi, entra a far parte del gruppo dei collaboratori di «Solaria», rivista letteraria fiorentina, proponendosi come una delle menti più aperte e sensibili del modernismo europeo in Italia. Il suo primo romanzo, Tempo innamorato, viene pubblicato da Corbaccio nel 1928.

Le opere di Gianna Manzini sono per molti aspetti profondamente autobiografiche, proponendo una sua originale interpretazione dell’esistenza. Temi come l’identità, la memoria e l’emancipazione femminile si intrecciano in una scrittura frammentata, digressiva e fortemente introspettiva. È fondamentale l’ammirazione che l’autrice nutre per Virginia Woolf, che la spinge a sperimentare continuamente sulla scrittura e sulle forme narrative, mettendo in continua discussione i confini tradizionali del romanzo.
Manzini, nel corso della sua carriera, ottiene riconoscimenti importanti: il premio Costume nel 1945 per Lettera all’editore (Sansoni); nel 1953 le viene assegnato il premio Soroptimist per Valtzer del diavolo (Mondadori); il premio Viareggio nel 1956 per La Sparviera (Mondadori); nel 1961 il Marzotto a Un’altra cosa (Mondadori); il premio Napoli nel 1968 ad Allegro con disperazione (1965, Mondadori); infine, nel 1971, il premio Campiello a Ritratto in piedi (Mondadori). Manzini muore nel 1974 e, senza eredi, lega la sua opera alla casa editrice Mondadori, a conferma di un rapporto editoriale strettissimo.


Le pubblicazioni di Manzini durante la sua vita ricoprono il periodo che va dal 1928 al 1973 ammontano complessivamente a 34 volumi. Nel fondo Bortone-Bertagnolli ne sono presenti 15, vale a dire quasi la metà, mentre 19 restano esclusi. La selezione spazia da Venti racconti, pubblicato da Mondadori nel 1941 in prima edizione, a Sulla soglia, uscito sempre con Mondadori nel 1973 come prima edizione nella collana “Scrittori italiani e stranieri”.
Tra i titoli presenti si trova La Sparviera, di cui sono conservati nel fondo più volumi: la prima edizione del 1956, nella collana “Grandi narratori italiani” di Mondadori, di cui sono conservate due copie. È presente anche la terza edizione, del 1968, sempre pubblicata dallo stesso editore. Di Lettera all’editore il fondo conserva sia la prima edizione del 1945, pubblicata da Sansoni nella collana “Letteratura contemporanea”, sia la seconda edizione del 1946 uscita per Mondadori nella collana “Lo specchio, i narratori del nostro tempo”.
Accanto a questi volumi compaiono altri titoli significativi: Ritratto in piedi, nella terza edizione del 1971 di Mondadori; Tempo innamorato, nella ristampa della seconda edizione del 1944 dello stesso editore; ma anche opere meno note, utili per comprendere l’evoluzione stilistica dell’autrice, come Foglietti (1954, All’insegna del Pesce d’oro), Ritratti e pretesti (1960, Il Saggiatore), Forte come un leone (1947, Mondadori), Allegro con disperazione (1965, Mondadori), Rive remote (1940, Mondadori), e Cara prigione (1958, Mondadori).
La selezione dei volumi non privilegia un determinato periodo storico né esclusivamente le prime edizioni o un’unica casa editrice. Bortone sembra condurre un lavoro di raccolta eterogenea e diversificata, come dimostrano la presenza di materiali complementari all’opera dell’autrice, come articoli o gli studi di altri autori a lei dedicati. Tutto questo va a mettere in luce la complessità del lavoro di selezione, che appare non del tutto casuale ma neppure rigidamente sistematico.
Ne emerge comunque un’immagine di Manzini come voce modernista, sperimentale e introspettiva, facendo scoprire al lettore un’opera che si snoda tra romanzo, autoritratto e riflessioni sulla scrittura.